martedì 15 settembre 2009

Signori, la messa è finita. Andate in pace

Analisi a margine della strategia di Gianfranco Fini


Fare politica, oltre il presentismo


di Alessandro Campi


Gianfranco Fini non abbandonerà Silvio Berlusconi: non gli farà lo sgambetto fondando un suo nuovo partito e non darà una mano ai nemici di quest'ultimo annidati nel Palazzo, nelle redazioni dei giornali e nelle procure. E ciò non per le ragioni che suggerisce Feltri nel suo editoriale sul “Giornale” di oggi: perché diversamente, se non si decide a “rientrare nei ranghi”, anche lui e i suoi uomini verranno travolti dal fango, dai dossier anonimi e dal fuoco della calunnia a mezzo stampa. Ma per ragioni più serie e cogenti, di natura politica, che sfuggono o non sono ritenute importanti da chi ha deciso di derubricare la lotta politica a minaccia e ricatto.

La prima, sentimentale, è che quindici anni di collaborazione e di amicizia, di incontri che in alcune fasi sono stati persino quotidiani, non si cancellano d'un colpo, solo perché nel frattempo sono insorti divaricazioni e attriti. Riconoscenza e lealtà, si dice, non hanno nulla a che fare con i rapporti di potere, dove contano solo l'interesse e il tornaconto immediati, ma questo è il realismo dei cinici, che pensano di saperla lunga, di conoscere il mondo la storia e gli uomini, mentre in realtà hanno solo idee confuse e approssimative, finendo così per interpretare la politica a misura delle proprie miserie.

La seconda, più concreta e fattuale, è che Fini non ha alcuna convenienza ad apparire – ammesso sia mai stata questa la sua intenzione – come colui che colpisce alle spalle il suo antico alleato, per di più in un momento di sua oggettiva difficoltà e in una fase politicamente così turbolenta e magmatica, che sembra fatta apposta per favorire le peggiori avventure. L'elettorato non apprezzerebbe quello che a tutti gli effetti sarebbe un tradimento, un gesto estremo e imperdonabile, che in politica non ha mai portato fortuna a chi lo ha commesso.

La terza, quella dirimente, è che Fini – come lui va ripetendo, senza che nessuno si decida a prenderlo sul serio – sta conducendo una battaglia diversa – per contenuti e tempi di svolgimento – da quella che gli viene quotidianamente imputata: non una guerra di logoramento e d’usura ai danni del Cavaliere, che sarebbe in effetti un suicidio politico, ma appunto una battaglia di idee – e conseguentemente anche politica – finalizzata a due obiettivi di massima: da un lato, la creazione di un blocco sociale, politico e culturale che possa stabilizzare il berlusconismo, dandogli un futuro, e rendere permanenti le trasformazioni che hanno investito il sistema politico nell’ultimo quindicennio, a partire dal bipolarismo; dall’altro, la definizione di un orizzonte ideale, di un sistema di valori, di uno stile politico, diversi da quelli che caratterizzano attualmente il centrodestra, meno orientati al populismo e alla demagogia antipolitica, maggiormente aderenti al modo d’essere e di ragionare dei partiti e delle forze che si riconoscono nella famiglia del popolarismo europeo.

A Gubbio Fini è stato chiaro: il Popolo della libertà è e rimane il suo partito. Solo che lo vorrebbe diverso da come è attualmente. Al momento nulla più di un organigramma, all’interno del quale poco si discute e poco si decide. Un partito che la gente non vota, dice lo stesso Denis Verdini, uno dei suoi coordinatori, perché in realtà la gente vota solo e soltanto Silvio Berlusconi. Ma se le cose stanno così perché non chiuderlo direttamente? Che senso ha mantenere in piedi un simile apparato se si tratta solo di una copertura o di una messinscena, se ciò che conta – oggi, domani, sempre – è solo e soltanto la volontà di Berlusconi e la sua capacità di aggregare consenso qualunque cosa faccia e dica?

La verità è che tra i maggiorenti del partito, tra i fedelissimi di Berlusconi, ha preso piede nel corso del tempo un atteggiamento che si può solo definire nichilista e potenzialmente autodistruttivo. Il loro problema non è, forse non è mai stato, dare continuità storica al berlusconismo, farlo diventare una famiglia politica stabile, perpetuare un’eredità e dare un senso politicamente compiuto ad una stagione politica tra le più convulse e tuttavia esaltanti della recente storia italiana, ma cavalcare l’onda sino a che ci sarà Berlusconi. Brunetta, per fare un esempio, quest’atteggiamento lo ha apertamente teorizzato: io sono berlusconiano, ha scritto alla lettera qualche tempo fa, perché a me del dopo Berlusconi non me ne importa nulla. Dopo Silvio, dunque, venga pure il diluvio, tanto noi non ci saremo più e comunque a quel punto, quando la festa sarà finita, faremo altre cose. Nel frattempo, però, quanto ci siamo divertiti!

Bene, il problema di Fini, che è poi il problema dei moderati e della stessa politica italiana, è esattamente il contrario: far sì che dopo Berlusconi, quando sarà, non si torni al punto di partenza, non vincano i restauratori o i nostalgici della Prima Repubblica, non ci si trovi in un deserto di rovine, non si lasci campo libero al progetto disgregante perseguito con precisione chirurgica dalla Lega. E perché ciò accada, perché questi quindici anni di storia italiana non si risolvano dunque in una solitaria cavalcata nel deserto, avvincente quanto sterile, lo strumento del partito è a dir poco indispensabile.

Ma, appunto, un partito vero. Con un leader, certo, ma anche con una base militante, con dirigenti e quadri che trovino qualcuno a Roma disposto ad ascoltarli, con una sua autonoma piattaforma culturale, con molte anime e sensibilità al suo interno, tutte legittime e rispettose le une delle altre, come si conviene ad un partito che è nato per essere inclusivo e plurale, per parlare a quanti più italiani possibile, per imporre nella società italiana una presenza non effimera.

E invece questo partito, almeno per come appare sinora, è silente e inconsistente. Dovrebbe essere, perché a questo servono i partiti, la cinghia di trasmissione attraverso la quale stabilire un dialogo continuo e costruttivo con la società italiana nelle sue diverse articolazioni. Nella realtà, avendo sposato l’idea del partito carismatico-plebiscitario, inteso come semplice comitato elettorale, come forza d’urto da mobilitare solo in occasione di adunate propagandistiche e di scadenze alle urne, sta accadendo esattamente il contrario. Ciò che conta, ciò che si ritiene politicamente pagante, è solo il continuo appello al “popolo”, che è un’astrazione retorica, mentre si trascurano il radicamento nel territorio e il dialogo con le forze sociali organizzate, finendo così per aderire ad un’immagine falsata e sociologicamente primitiva della realtà italiana, percepita alla stregua di un magma indistinto, di un blocco destrutturato abitato da individui alla deriva, ai quali solo il carisma del capo può offrire un ancoraggio stabile. Peggio, nel convincimento che sia in corso una guerra politica all’ultimo sangue, con l’idea di dover difendere a spada tratta Berlusconi dai suoi molti nemici ovunque annidati, si è addirittura scelto di andare allo scontro frontale con qualunque forma di potere sociale organizzato. Si sospetta degli industriali perché dialogano con la Cigl. Si ritengono i sindacati un freno allo sviluppo economico. Si polemizza con la Chiesa solo perché, facendo il suo mestiere, invita a comportamenti morali gli individui. Si inveisce contro il culturame come ai tempi di Scelba. Si considerano i giornali un covo di sovversivi. Si mortifica il pubblico impiego con le campagne contro i fannulloni. Si inveisce contro il sistema bancario. Si vede nella magistratura una minaccia all’ordine costituito. Si impreca in modo indistinto contro i “poteri forti”. Si trascurano le forze dell’ordine per fare posto alle ronde. Si trattano gli immigrati, che sono ormai una presenza stabile nella società italiana, come ospiti indesiderati. Si tolgono risorse alla scuola nella convinzione che tanto i professori votino tutti a sinistra.

Insomma, stiamo assistendo allo strano spettacolo di un partito, il più grande in Italia e uno dei più grandi in Europa, che è attualmente al potere ma si comporta come una forza di minoranza, assediata e priva di respiro progettuale, senza una forza propria, in urto con il mondo intero. Un partito che senza accorgersene sta procedendo sulla strada dell’isolamento sociale, che prima o poi, quando non ci sarà più la magia di Silvio a far quadrare le cose, rischia a sua volta di diventare isolamento politico ed elettorale. Questo Fini sembra averlo capito e per questo vorrebbe un Pdl più dinamico e attivo, più strutturato e autonomo, meno condizionato in ogni suo atto dall’ombra del suo leader, che nessuno peraltro mette in discussione, più dialettico al suo interno ma anche maggiormente in grado di intrecciare relazioni, contatti, alleanze stabili con il mondo esterno, invece di stare a minacciare ogni giorno sfracelli e rappresaglie.

Questo, per chi lo abbia ascoltato con attenzione, è stato il senso autentico dell’intervento di Fini a Gubbio. Un invito al realismo e all’intraprendenza, alla sobrietà nello stile e al coraggio delle idee, un invito a fare politica fuori da una logica di continua emergenza, un invito a cambiare marcia affinché il Pdl, che resta una grande intuizione politica, ma le intuizioni debbono prima o poi concretizzarsi, possa dispiegare al meglio tutte le sue potenzialità.

Nonostante ciò – vuoi per malizia, vuoi per la soggettiva difficoltà di alcuni a distinguere tra le miserie della politica quotidiana e una critica che si vuole strategica e costruttiva – c’è chi continua a non capire, immaginando che dietro le parole del Presidente della Camera ci siano motivazioni recondite e inconfessabili. Fini è, come suole dirsi, un politico navigato. Sa bene, dunque, che le sue attuali posizioni rischiano di essere utilizzate in modo strumentale da chi, muovendosi a sua volta alla cieca, sembra avere in testa un solo obiettivo: liquidare Berlusconi a qualunque costo e con qualunque mezzo. Ma la fine traumatica di Berlusconi significherebbe la morte prematura del disegno strategico perseguito da Fini, disegno del quale si può ovviamente pensare tutto il male possibile, ma che non ha nulla a che vedere con le pazze geometrie politiche che vanno attualmente di moda sui giornali e nei corridoi del potere. In questa fase Fini sta incassando molti applausi a sinistra, una sinistra mai tanto confusa e priva di bussola, ma le sue parole, a leggerle con attenzione, hanno tutt’altro destinatario, appunto un centrodestra che invece di chiudersi a riccio dovrebbe puntare ad allargare i suoi attuali confini, e soprattutto obiettivi diversi da quelli sospettati o temuti. E questo esclude, se la politica mantiene ancora un minimo di razionalità, che egli possa prestarsi a manovre ed espedienti che peraltro rischiano di non portare a nulla e di aumentare l’attuale confusione, con danno gravissimo per la democrazia e per l’intero paese.

Stando così le cose, dispiace – ammesso il dispiacere sia una categoria politica – che le sue posizioni vengano ridotte a caricatura, che ogni sua uscita venga vissuta come un attacco o una provocazione all’interno del suo stesso campo. Dispiace, insomma, che non ci si renda conto che la sua non è una subdola battaglia contro la maggioranza di cui fa parte, ma un tentativo – discutibile, per carità, ma bisognerebbe avere il buon gusto di contestarne gli argomenti invece di ricorrere a segnali obliqui e a vaghe minacce, invece di fare continui processi alle intenzioni – teso a far crescere il centrodestra in una chiave autenticamente egemonica, a dargli un respiro europeo, a garantirgli, in primis attraverso lo strumento del partito, insostituibile in democrazia, un futuro politico e uno stabile radicamento della società. Con Berlusconi, oggi, oltre Berlusconi (e oltre lo stesso Fini), domani. Che non lo capisca Feltri, ci può anche stare: è un giornalista e il suo obiettivo non è fare politica, ma vendere più copie del giornale che dirige. Che non lo capiscano Berlusconi, i berlusconiani e i maggiorenti del Pdl, prigionieri dell’eterno presente che ormai ne condiziona ogni pensiero e azione, vittime della sindrome da complotto che essi stessi stanno irresponsabilmente alimentando, questo sì che è davvero preoccupante. Per il centrodestra, per l’Italia.

1 commento:

  1. Anonimo16.9.09

    al nono capoverso, l'autore parla di "partito silente e inconsistente": giustissimo, cominciando da Fini, che parla, parla, parla da quindici anni, senza dir nulla (Craxi lo chiamava "un vuoto vestito di belle parole") e ha avuto la faccia di culo di parlare di killeraggio politico nei
    confronti del noto chierichetto di Ruini.
    fini è la negazione vivente della politica vera, perchè non vuole rischiare nulla, è
    un rimorchio fermo.

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