giovedì 22 luglio 2010

Le nuove regole per una finanza sostenibile


Intervista con il professor Eugenio Pinto



Docente di Principi Contabili Internazionali



“Servono nuove regole. I derivati finanziari sono fuori controllo. Hanno volumi tendenzialmente sconosciuti e nessuna autorità mondiale è in grado di misurarli e conoscerli, neanche coordinandosi tra autorità. Oggi dei derivati in molti casi non sappiamo dire cosa sono, quanti sono né che rischi comportino. Quindi bisogna cambiare strada”. La voce calma, ma decisa di Eugenio Pinto, docente di Principi Contabili Internazionali alla Luiss-Guido Carli ed esperto del settore della regolamentazione finanziaria, ci introduce nei temi che i grandi della Terra stanno affrontando per evitare che i disastri della finanza possano ripetersi ancora in futuro.



I derivati, per quanto se ne sa, hanno un valore nozionale che si aggira tra i 600 e gli 800 trilioni di dollari: potrebbero insomma esserci derivati in giro per oltre 12 volte il Pil mondiale. Cifre enormi e difficili da controllare o gestire: Basilea, l’Unione Europèa e il G20 sono però al lavoro. Secondo lei cosa bisognerebbe fare?

“Bisogna imporre gli scambi centralizzati dei derivati, per poterli conoscere e regolare. Gli scambi centralizzati obbligatori portano con sé anche il vantaggio della standardizzazione dei derivati. Questo consentirebbe di conoscere cosa si scambia, di misurare i volumi delle transazioni e di garantire un mercato efficiente e trasparente, il tutto vigilato dalle autorità di controllo”.



Qualcuno però ricorda che i derivati ci sono da secoli e che hanno sempre portato a eccessi e abusi. Forse sono poco catalogabili per natura...


“È una questione complessa. Se io compro un derivato per proteggermi dai rischi sui cambi o dalle variazioni dei tassi d’interesse, lo utilizzo come strumento di copertura da un rischio. La stessa cosa fa la compagnia che stipula future sul petrolio per tutelarsi da oscillazioni dei prezzi difendendo le proprie performance. Ma posso anche comprare un derivato per assumere e non già per coprirmi da un rischio: anche questa attività, se ben disciplinata, deve poter essere consentita.

Il vero problema è che i derivati sono spesso sfociati nel puro azzardo, giocato per di più con regole opache e con controparti che non dichiaravano di essere l’equivalente di Lottomatica o GTECH: se stipulo un contratto derivato strutturato con un intermediario finanziario vigilato non mi aspetto di aver concluso un’operazione sostanzialmente equivalente alla puntata al casinò o alla lotteria; diversamente, se entro in un punto vendita Lottomatica o GTECH ho la piena consapevolezza di quanto sto per fare.

Il confine tra puro azzardo e derivati strutturati ha avuto anche importanti risvolti giuridici: se i derivati strutturati configurano operazioni di puro azzardo essi rientrano nelle cosiddette obbligazioni naturali sicché non è possibile agire in tribunale per chiedere che l’obbligazione sia assolta. Per molto tempo questa incertezza ha pesato sul mondo dei derivati finché, grazie all’azione di alcune lobby, vi sono stati interventi normativi che hanno sottratto i derivati dal puro azzardo: ma oggi il problema riemerge e, a mio avviso, un confine chiaro va tracciato con nuove regole.”



Spesso sbagliano anche le agenzie di rating. Oltre il 90% di alcuni derivati sui mutui che avevano una lusinghiera tripla A dalle agenzie nel 2006, oggi è ridotto a spazzatura. Cosa si potrebbe fare per impedire che accada ancora?


Bisogna sciogliere subito i conflitti d’interesse coi loro azionisti che in certi casi si sono rivelati anche grandi investitori, dunque bisogna imporre nuove regole. In Europa, per esempio, le agenzie di rating non rispondono in pratica a nessuno. Se poi, come oggi, le agenzie sono pagate direttamente dai clienti da valutare, è chiaro che il sospetto è legittimo: potrebbe essere utile creare una sorta di «stanza di compensazione» alla quale i clienti chiederebbero l’emissione del rating pagando quanto dovuto; sarebbe poi la «stanza di compensazione» ad attribuire l’incarico, sulla base di regole trasparenti, rompendo il legame diretto fra agenzia e cliente. La «stanza di compensazione», inoltre, dovrebbe disporre di competenze e strutture per verificare, anche a campione, la qualità delle metodologie di rating utilizzate e da rendere pubbliche e potrebbe anche gestire un «fondo di garanzia», finanziato a valere sui corrispettivi pagati alle agenzie di rating, col compito di risarcire i clienti dai danni di valutazioni palesemente sbagliate.



La nuova riforma finanziaria americana accoglie la Volcker Rule, ossia la regola di separazione delle normali attività bancarie dalle più rischiose attività di trading. Molti però hanno ritenuto che troppe eccezioni l’abbiano snaturata. È possibile oggi ridisegnare davvero il sistema?

Siamo in un momento storico, in un’epoca di grandi cambiamenti che già riscuotono un consenso vastissimo, nei governi e nei popoli. Sono ottimista, ma bisogna rendere ben chiaro che la scienza dei mezzi (l’economia) ha necessità di essere ricollegata a quella dei fini (l’etica) altrimenti vedremo altri disastri. Le nuove regole siano chiare, flessibili ed efficienti.



Di una nuova tassa sulle banche cosa pensa?

Penso che sia sbagliatissima e che non passerà. Gli intermediari finanziari traslerebbero sui clienti i maggiori costi peggiorando così le condizioni di offerta del credito e dei servizi alla clientela.



E della tassazione delle transazioni finanziarie?

Ha il grande pregio di non alterare gli equilibri tra i mercati. Non è un tabù: si potrebbe introdurre.

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